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DALLA DEMOCRATIZZAZIONE DELLO STATO ALLA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ

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E’ possibile uscire dalla diffusa insofferenza verso la politica, dalla crisi di fiducia sociale e più in generarle da quel fenomeno variamente espresso detto populismo? E’ possibile governare civilmente e senza conflitti devastanti l’enorme e rapido processo di cambiamento generato in particolare dall’innovazione tecnologica e dall’evoluzione socioeconomica? Non è facile rispondere e soprattutto non ci sono ricette semplici. Ritengo comunque che senza una revisione dell’architetture della convivenza civile, sia dell’economia che della società, difficilmente ne usciremo senza grandi sconvolgimenti. Una possibile e a mio parere decisiva innovazione riguarda l’estensione della democrazia e della partecipazione.

Su tale argomento risuonano di grande attualità le parole di Norberto Bobbio (“Il futuro della democrazia” 1984): “Con un’espressione sintetica si può dire che se di processo di democratizzazione oggi si può parlare, esso consiste non tanto, come spesso si dice erroneamente, nel passaggio della democrazia rappresentativa alla democrazia diretta, quanto nel passaggio dalla democrazia politica in senso stretto alla democrazia sociale, ovvero nella estensione del potere ascendente, che sinora aveva occupato quasi esclusivamente il campo della grande società politica, al campo della società civile nelle sue varie articolazioni, dalla scuola alla fabbrica … dalla democratizzazione dello stato alla democratizzazione della società”.

Questo blog intende promuovere la riflessione e l’iniziativa sull’argomento dell’estensione della democrazia nel campo dell’economia e della società civile. Una democrazia economica e sociale possibile, partecipata e concretamente attuata. Gli ambiti e le forme sono diverse ma l’obbiettivo è quello di rendere più giusta, più democratica e meglio governata la nostra società.

Edo Billa

 

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Politiche di gestione della risorsa rifiuti: l’economia circolare  

 

IMG_6509 (2)La problematica della sostenibilità ambientale e del corretto utilizzo e riuso delle risorse naturali è tra le principali preoccupazioni che gli attori politici ed economici responsabili si pongono; oc­corre infatti salvaguardare il pianeta dai rischi provocati sia dall’inquinamento e dal riscaldamen­to globale che dalla limitatezza delle risorse disponibili necessarie per garantire un’esistenza decorosa a tutti gli abitanti del pianeta. La vita civile e lo sviluppo economico, prerogative fino a qualche decennio fa di una parte ridotta dell’umanità, si estendono sempre più richiedendo uno sfruttamento delle risorse naturali ai limiti della sostenibilità. Pertanto lo sviluppo di quella che viene definita “economia circolare” si rende sempre più necessario, considerando che solo attraverso questo modo di produrre e consumare sarà possibile salvaguardare le risorse della Terra per le future generazioni.

Di fronte ad un problema globale le azioni necessarie a promuovere l’economia circolare si de­vono moltiplicare nel particolare, nel territorio. Ogni azienda produttrice, ogni consumatore, ogni operatore pubblico e privato, devono attuare comportamenti coerenti con gli indirizzi generali dell’ economia circolare che prevede il riuso ed il riciclo di ogni bene materiale utilizzato per le necessità di vita dignitosa e civile di ogni individuo.

La moderna produzione e distribuzione industriale dei beni di consumo genera invece una quan­tità enorme di prodotti che, con le loro confezioni e imballaggi, dopo essere utilizzati diventano rifiuti.

Il primo obiettivo è quindi quello di realizzare confezioni e imballaggi, destinati a divenire rifiuti, con materiali non inquinanti minimizzando le parti non riutilizzabili e massimizzando quelle riu­tilizzabili o riciclabili.

Il secondo riguarda il comportamento dei distributori e dei cittadini che dovrebbero anzitutto evitare sprechi e imballaggi inutili e quindi realizzare un’adeguata separazione dei materiali e conferirli nel modo più adeguato possibile.

Il terzo e decisivo obiettivo consiste nel raccogliere il materiale di scarto e utilizzarlo come mate­ria prima realizzando quindi un’economia circolare.

Nella consapevolezza che i comportamenti sopra elencati sono determinanti per uno sviluppo sostenibile sia il legislatore Europeo che quello Nazionale e recentemente quello Regionale han­no prodotto norme di grande importanza che tutti i soggetti sono chiamati non solo a rispettare ma anche ad attuare nel migliore dei modi.

L’attuazione delle norme in materia di economia circolare sono al centro dell’attenzione in molti settori, sapendo che sono necessarie nuove idee, ricerca, sperimentazione e concretizzazione di reali obiettivi di miglioramento e di buone pratiche, nell’atteggiamento e nell’organizzazione in primo luogo dei gestori della raccolta e trattamento dei rifiuti e nei comportamenti dei consuma­tori, oltre che dei produttori e dei distributori.

Occorre riconoscere che l’attività di riutilizzo e riciclo dei rifiuti comporta inizialmente maggiori costi, soprattutto per i nuovi investimenti necessari; in prospettiva, però, si possono realizzare non solo un’economia nella gestione e nuova occupazione ma anche ricadute positive per i con­sumatori e gli utenti. E’ quindi necessario fissare gli obiettivi con la massima oculatezza possibile e con investimenti efficaci e verificati democraticamente in modo trasparente.

La massima efficienza della raccolta differenziata, la tariffa puntuale, le modalità e i tempi di con­ferimento e di prelievo dei rifiuti, il corretto e più efficiente riusoriciclo dei materiali, il conferimento più ridotto e meno inquinante possibile del residuo non più riciclabile sono quindi indispensabili.

Il convegno tenutosi a Udine il 27 febbraio 2018 presso il palazzo della Regione, ha messo a confronto su questi argomenti le varie idee, le conoscenze, le esperienze per mettere in campo il miglior risultato possibile, nella direzione di una reale economia circolare e quindi contribuire a salvaguardare la sostenibilità di tutto il pianeta.

Edo Billa

Scelte partecipate

P1110482 (3)Dopo lo sconquasso di 10 anni fa, l’economia, anche nel nostro Paese, sembra indirizzarsi verso una fase di ripresa. Una ripresa timida e incerta, in un contesto molto diverso da quello che abbiamo vissuto fino all’inizio del secolo e nei decenni precedenti. Questa diversità si può constatare e misurare in molti ambiti: innanzitutto nel contesto tecnologico che ha cambiato tutti i gangli vitali della società; nel disincanto ideologico sia in ambito politico che economico; nella ridotta fiducia verso le istituzioni; nella ristretta autorevolezza della classe intellettuale e nella mancanza di autorità riconosciute; nella ricerca di un nuovo paradigma di riferimento e nell’ancora confusa volontà di partecipazione.

In questi ultimi anni inoltre fatti rilevanti hanno scosso il tessuto sociale ed economico: crisi permanenti di diversi settori produttivi e commerciali; delocalizzazioni; fallimenti di importanti imprese anche cooperative; crack bancari con un pesante coinvolgimento negativo di decine di migliaia di famiglie; il tutto accompagnato da un aumento costante delle disuguaglianze. Fatti che hanno creato un generale clima di sfiducia e un risentimento sociale verso le istituzioni e gli agenti economici. Rispetto a tutto ciò non si apprezzano cambiamenti strutturali nei modelli socio-economici, i quali sono rimasti ancora in buona parte ancorati a visioni, pratiche relazionali, regole e norme vetuste, dove gli interessi particolari e immediati hanno in buona parte il sopravvento e frequentemente manca una visione di prospettiva e una idea complessiva di sostenibilità, la politica arranca a volte con fughe disordinate e si paventa perfino il rischio della tenuta democratica delle istituzioni.

Accanto a questo ci sono però anche volontà nuove e positive, molte forze e persone responsabili in vari settori cercano di ritrovare il bandolo della matassa per riavviare una fase più equilibrata nelle attività economiche e nella vita democratica del nostro Paese. Tra le varie questioni che si pongono e che dovranno essere affrontate, una in particolare ha un valore strutturale e riguarda la diffusione della partecipazione e della democrazia dei vari soggetti che concorrono al funzionamento del processo economico, dalla produzione al consumo.

Come si può applicare la partecipazione democratica nei vari segmenti dell’economia?

Come sviluppare un adeguato confronto e una sorveglianza finalizzata a realizzare maggiori equilibri di potere e una più equa distribuzione della ricchezza?

Fallito il modello della massimizzazione dei profitti e della finanziarizzazione dell’economia, molti attori economici e rappresentanze sociali si stanno indirizzando verso una maggiore responsabilità sociale e una sostenibilità complessiva. Il passo successivo sarà realizzare maggiore partecipazione nel governo dell’impresa e negli organi di regolazione, controllo e vigilanza pubblici e privati, e una maggiore trasparenza sul mercato. Come molti autori hanno dimostrato, una partecipazione attiva di tutti i soggetti del mercato, in particolare gli imprenditori, i lavoratori e i consumatori, possono realizzare una maggiore efficienza produttiva ed economica, migliorare l’equa distribuzione della ricchezza, salvaguardare onestamente i vari interessi in campo, realizzare una migliore civiltà economica e sostenibilità ambientale.

Il convegno organizzato dal Forum Consumatori-Imprese FVG, dal titolo “Scelte partecipate”  tenutosi recentemente a Udine con la presenza, tra gli altri, del prof. Lorenzo Sacconi dell’Università di Trento, ha analizzato in particolare gli aspetti della partecipazione e del possibile governo multi-stakeholder dell’economia. misurandoci da un lato con la ricerca pratico-teorica del mondo accademico e dall’altro con le novità a volte importanti anche se ancora poco diffuse, come quelle della Responsabilità sociale dell’impresa e della cooperazione, e le ancora timide proposte e possibilità di partecipazione messe in atto dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni dei consumatori.

Edo Billa

La democrazia nel mercato: i consumatori

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A prima vista può sembrare un non senso parlare di democrazia nel mercato. Una formula ambigua la definiscono A. Panzeri e E. Corali in La “Democrazia economica”- 2004: Regime democratico e regime di mercato – democrazia e mercato – due realtà irrimediabilmente diverse e concorrenti. Anzi è proprio l’aspetto competitivo fra i due sistemi a rendere praticamente ambigue formule come “democrazia nel mercato”, “democrazia di mercato”, “capitalismo democratico”.  Se si può essere d’accordo sull’ambiguità dell’espressione “capitalismo democratico”,  mi sembra che si sia troppo frettolosamente liquidata come confusa, dubbia anche l’espressione “democrazia nel mercato”.

Questa superficiale archiviazione di una possibile forma di democrazia nell’abito del mercato è la logica conseguenza del pensiero, finora dominante in economia, imperniato sul ruolo preminente e centrale della produzione, e sul concetto che il mercato sia realmente il “luogo” dove domanda  e offerta si incontrano in modo equivalente se non addirittura perfetto.

In realtà, finora, il mercato in sostanza è stabilito dalla concorrenza tra produttori, o dai monopoli di produttori nel peggiore dei casi, e solo marginalmente dalla domanda e l’offerta tra consumatori e produttori. Anche quando si parla di democrazia economica s’intende  principalmente il rapporto e il ruolo di potere nell’ambito della produzione, tra proprietari e lavoratori dipendenti. I consumatori praticamente hanno un ruolo secondario e sono considerati solo come target da raggiungere e impressionare con la pubblicità dei prodotti, i quali vengono decisi, pensati e realizzati dai produttori. Spesso le persone non sanno quello che vogliono”. Questa celebre frase di Steve Jobs sintetizza bene il pensiero dominante, relativo all’assoluta centralità della produzione e alla subalternità del consumo, anche di molti produttori innovativi.

Quindi bisogna immettere sul mercato quello che i produttori pensano che i consumatori vogliono. Oppure in massima parte introdurre e somministrare beni per i quali bisogna “convincere”, indurre i consumatori a volerli, a comprarli.

E’giusto così? E’ ancora così? Sarà sempre così? Forse una riflessione occorre fare.

Ovviamente la democrazia nel mercato non si realizza tra i produttori in concorrenza tra loro ma solo fra i consumatori in rapporto con i produttori.

Andiamo per ordine, che cosa è la democrazia, si può “applicarla” nel mercato e come?

Ancora Panzeri e Corali , sempre in La “Democrazia economica”, scrivono: Occorre fra attenzione a non scambiare uno o più elementi costitutivi della democrazia con la democrazia intesa nel suo significato d’insieme. Alcune caratteristiche essenziali della democrazia possono rintracciarsi ovunque, – e citando G. Sartori – “Una caratteristica può essere la partecipazione, oppure può essere il principio di maggioranza, oppure può essere l’uguaglianza e poi anche il consenso, la competizione, il pluralismo e così via. Ma se ne scegliamo una sola può benissimo dirsi che la democrazia non c’entri per nulla (l’uguaglianza può essere tra gli schiavi, la partecipazione coatta e senza scelta e via dicendo). E se ne aggreghiamo due o più, allora bisogna affermare come interagiscono e perché vanno assieme”. … il mercato neppure nella sua forma ideale di perfezione potrà mai essere un regime equivalente alla democrazia.

Sembra una sentenza inappellabile!

Allora vediamo se nella proposta di “democrazia nel mercato” si possono rintracciare le caratteristiche della democrazia, quelle elencate da Sartori e anche altre, e se sì, come interagiscono tra loro e perché procedono insieme.

Innanzi tutto il significato originario di democrazia è “potere del popolo – governo del popolo”, nel nostro caso il popolo è il cittadino nella sua condizione di consumatore, praticamente tutti siamo consumatori, quindi la generalità del popolo, non una oligarchia. Secondo, attraverso l’esercizio democratico i cittadini consumatori realizzano un potere (vediamo dopo come) ascendente dal basso verso l’alto, caratteristica principale anche della democrazia politica (N. Bobbio, “Il futuro della democrazia” – 1984). Terzo, i cittadini consumatori possono agire in libertà, senza vincoli, in maniera diretta o delegata, in modo permanente se non quotidiano . Quarto, la partecipazione del consumatore nel mercato è pressoché costante, anche se non sempre pienamente consapevole, si realizza in prima battuta con la scelta di acquisto e con il giudizio sui prodotti. Quinto, per quanto riguarda il principio di maggioranza, nella scelta o rifiuto o nel giudizio di un prodotto, i consumatori esercitano un’ azione di potere che incide sui produttori del prodotto e più in generale sull’economia. Avrà peso non tanto in virtù del raggiungimento della maggioranza ma in relazione a una quantità, una diffusione dei comportamenti, i quali più vasti sono e più incidenza avranno. Si può dire che si tratta di un’evoluzione estremamente interessante e positiva del potere democratico che si esercita con gradualità, in relazione all’ intensità delle condotte omogenee rispetto a un determinato bene. Inoltre tra i consumatori possono essere eletti a maggioranza propri delegati, ad esempio nei consigli di sorveglianza, opportunamente costituiti nelle aziende di produzione di beni materiali e servizi, ma quest’ultima possibilità rientra più propriamente nel concetto più generale di democrazia economica. Sesto, i consumatori sono tutti uguali nel fare le scelte che ritengono, anche se si può dire che non sono tutti uguali per potere d’acquisto, quindi c’è una disuguaglianza sulla capacità di spesa e in parte anche il giudizio sui prodotti o sui servizi potrebbe avere un peso diverso a seconda delle capacità di spesa di un certo gruppo di consumatori. Come si è già osservato, tuttavia, è il grado,  l’intensità e la diffusione dei comportamenti a determinarne gli effetti, e quindi i gruppi maggioritari avranno una maggiore possibilità di incidere, come succede nella politica. Settimo, l’azione del consumatore sul mercato è tanto più incisiva, quanto più vasta è l’adesione e il consenso;  ad esempio: il boicottaggio di un prodotto perché fabbricato sfruttando i lavoratori, se non addirittura i bambini; la preferenza per i prodotti biologici o per una macchina meno inquinante. Infine è evidente che la competizione e il pluralismo possono essere esercitati dai consumatori nei confronti dei produttori e tra i consumatori che possono avere giudizi diversi, ad esempio sui prodotti italiani, o su quelli provenienti da paesi del Terzo mondo.

Insomma pare che ci siano tutte le caratteristiche, le interazioni, e le ragioni perché i consumatori possano esercitare una democrazia nel mercato.

Il ruolo che potrebbero avere i consumatori sul mercato è cosa discussa da lungo tempo ma nel passato il peso è stato scarso. Le cose però stanno cambiando, già attualmente con il web e con una nuova e maggiore consapevolezza dei cittadini. Si sta sviluppando rapidamente sul mercato un vero potere dei consumatori, un potere ascendente, democratico.  Di questa nuova situazione si sono accorti ancora prima dei consumatori gli stessi produttori, i quali stanno modificando le strategie di marketing e puntano a coinvolgere i consumatori e a carpire, spesso a loro insaputa, i comportamenti e i giudizi, per poi orientare e riposizionare la produzione.

Già diversi economisti si misurano con questa nuova realtà, ad esempio: L. Beccheti in “Wiki economia, Manifesto dell’economia civile” – 2014, … il “voto con il portafoglio” … ovvero il potere enorme che abbiamo (ma che usiamo ancora in piccola parte) di influenzare il mercato, premiando le imprese che sono all’avanguardia nella sostenibilità sociale e ambientale.

Concludendo, è chiaro che una vera democrazia nel mercato deve essere ancora attuata e che non ci sono ancora sufficienti forze consapevoli in capo, ma le opportunità ci sono e la strada è segnata: i consumatori sia singolarmente, e soprattutto in modo organizzato, in particolare attraverso la rete internet, possono incidere democraticamente sul mercato, ridurre l’asimmetria informativa, condizionare le scelte della produzione, dell’economia e anche della politica.

Edo Billa

Il flusso del potere

Da lungo tempo, ancora prima di iniziare a studiare e cercare di comprendere meglio i contesti economici, i comportamenti sociali, il ruolo delle organizzazioni politiche, il funzionamento delle democrazie avanzate, mi chiedevo come mai, in Italia in particolare, ma anche nel resto del mondo, non si sia sviluppata quella che possiamo definire la democrazia economica o più in generale la democrazia sociale, da affiancare alla bene o male affermata democrazia politica.

Il flusso del potere si può avere in due direzioni, scriveva Norberto Bobbio, o discende dall’alto in basso o sale dal basso all’alto.

La democrazia politica degli stati moderni, anche se delegata è ascendente, cioè parte dal popolo, dai cittadini, sia in modo attivo con le organizzazioni politiche, sia in modo “passivo” con l’espressione di voto. Questo processo, ancorché imperfetto, garantisce comunque una linea di potere che dal basso sale fino a determinare i poteri di governo dello Stato e di tutte le Amministrazioni pubbliche. Ovviamente sul perfezionamento del modello di democrazia politica ci sarebbe molto da dire e molto rimane da fare.

Ritengo però che con l’estensione della democrazia nei gangli dell’economia e della società, non soltanto si amplierebbe il potere ascendente, cioè dei cittadini, ma si rafforzerebbe e si rivaluterebbe anche la democrazia politica.

Quando si parla di democrazia economica si fa riferimento in massima parte all’esperienza della Mitbestimmung, co-decisione sviluppatosi in particolare in Germania, o delle esperienze del “Azionariato operaio” o dei fondi comuni, fondi pensione gestiti da sindacati, principalmente negli Stati Uniti. Mi sembra troppo poco, e comunque limitata nel solo ambito della produzione, nel rapporto tra proprietà e lavoratori dipendenti.

Enrico Grazzini, uno dei pochi che recentemente si sono misurati con la democrazia economica, individua almeno quattro settori sui quali poter esercitare la democrazia economica: La co-decisione o partecipazione di delegati dei lavoratori nei consigli di sorveglianza delle grandi aziende;  la gestione dei beni comuni; la partecipazione degli utenti attraverso loro rappresentanti nelle aziende di sevizio pubblico; il bilancio partecipato delle città e dei paesi. Sicuramente c’è molto in queste quattro proposte di lavoro, ma manca una, ormai diventata la più decisiva e cioè quella relativa al ruolo democratico dei cittadini consumatori sul mercato.

Sui vari punti di quella che possiamo definire la rivoluzione della democrazia sociale, lancio un appello agli studiosi, a tutti i responsabili dei settori politici, economici e sociali, e alle persone della società civile, perché si sviluppino ricerche, dibattiti, si promuovano sperimentazioni e si concretizzi una legislazione di promozione e sostegno. In questo blog continuerò a sostenere la democrazia economica e sociale, auspicando di poter interloquire con tutte le persone interessate e allargare la sensibilità sull’argomento.

Nel prossimo articolo intendo sviluppare un ragionamento attorno alla democrazia del mercato, improntata sul ruolo del consumatore.

Edo Billa